L’ALTRO PUNTO DI VISTA
Riflessioni sulla realtà del dopo terremoto, nel territorio delle arcidiocesi de L’Aquila e di Pescara - Penne
Il tam-tam mediatico, dal giorno del terremoto ( 6 aprile 2009), che ha colpito l’Aquila e parte del territorio abruzzese, continua il suo ritmo incessante, attraverso i mass-media locali e regionali. Qualche volta la notizia sconfina sulle testate nazionali, soprattutto in relazione a quelli che sono stati o dovranno essere gli interventi del governo centrale, a favore delle zone colpite dal sisma.
Delle problematiche della città dell’Aquila siamo un po’ tutti a conoscenza; anche se per sommi capi, è ormai nella coscienza collettiva la complessità di un opera di ricostruzione che dovrà tener conto di molteplici elementi: si tratta infatti di ricostruire un centro storico di notevole estensione, già inserito, nonché da reinserire armonicamente, nello sviluppo della città moderna, sia quella che ha subito la tragedia del sisma, sia quella che sorgerà ex novo dal medesimo evento. Parallelamente e contemporaneamente alla riedificazione edilizia, si dovrà procedere alla ricostruzione economica e socio-culturale del territorio. Questa contemporaneità è, a mio avviso, l’unica strada percorribile, se si vorrà favorire un’autentica rinascita della città e del suo hinterland.
Nella complessità della ricostruzione post-sismica si inserisce a pieno titolo anche il discorso ecclesiale. Una chiesa diocesana, come quella dell’Aquila, è chiamata a vivere la sua missione nel quotidiano di una realtà fatta di post terremoto. Edifici religiosi crollati o gravemente danneggiati, strutture pastorali ormai inesistenti, sostituite, nella migliore delle ipotesi, da interventi nati dalla solidarietà umana ed ecclesiale di associazioni o Diocesi italiane, unite a quel po’ di intraprendenza da parte del clero locale, costituiscono lo sfondo strutturale all’oggi operativo della Diocesi Aquilana, che continua coraggiosamente la sua missione, pur tra mille difficoltà. Intanto le strutture architettoniche di pregio, a carattere religioso, sono state messe in sicurezza, per renderle, dov’è possibile, agibili. E…si sta in attesa. Ma questo stare in attesa non è né può essere inerte. La Chiesa dovrà necessariamente diventare interlocutore, nonché protagonista, della politica di ricostruzione, in atto. Lo dovrà essere per due ragioni: la prima è quella che nasce dal legittimo titolo di proprietà degli edifici e dove questo, per ragioni storiche, non sussistesse, subentrerebbero ragioni funzionali, legate all’uso degli edifici stessi (apertura al culto, servizio pastorale, ecc...). La seconda è di ragione ideale e progettuale: non si può ricostruire un tessuto urbanistico senza ritornare alle fonti che lo hanno generato. Una ricostruzione infatti non potrà prescindere dal considerare il sentimento religioso e le istanze pastorali conseguenti, che hanno determinato il nascere e lo stratificarsi di un tessuto architettonico e urbanistico così rilevante. Infatti, un tessuto urbano, in occidente, in Italia, in Abruzzo, nell’Aquilano, non può essere ricostruito senza coglierne le antiche istanze religiose che lo hanno generato, quelle presenti che lo animano e anche future che vi sorgeranno. La ricostruzione non potrà mai essere una mera ed estetizzante museizzazione di contesti architettonici passati. Le mura hanno bisogno di un’anima viva. Saranno veramente recuperate, non solo perché sapientemente restaurate coi necessari criteri di scientificità, ai quali unire tutti gli accorgimenti antisismici che la tecnologia contemporanea fornisce, ma quando si ritroverà la filosofia e la fede che le hanno generate e che, fino al terremoto, le hanno abitate. È l’anima “recuperata” che farà rinascere quella singola chiesa, quel convento, quel contesto religioso, quelle associazioni laicali, le parrocchie e, contemporaneamente, l’autentico tessuto sociale, culturale e urbanistico della città. Fin qui le cose risultano abbastanza chiare, così com’è chiara l’attuale difficoltà a tradurre in una concretezza organizzativa le norme e le disposizioni inerenti lo stoccaggio e lo smaltimento delle macerie del centro storico aquilano. Chi lo può fare? Come va fatto? In base a quali normative o decreti applicativi? In quale discarica? Queste domande costituiscono ancora un deterrente a un impegno ricostruttivo, fermo o quasi, almeno per ciò che riguarda il centro storico, alla mera “messa in sicurezza” degli edifici. Tutti questi discorsi valgono per la città dell’Aquila e per ciò che riguarda il cosiddetto cratere del terremoto. Con un calcolo approssimativo, dettato dall’esperienza vissuta come sacerdote a Napoli durante il terremoto dell’Irpinia, l’Aquila e il suo cratere, a mio avviso, riprenderanno nuova vita, con un lavoro continuativo, stimabile in un decennio.
Ora è il caso di spezzare una lancia per chi dal cratere (e dunque dai finanziamenti per la ricostruzione) provenienti dallo Stato centrale, è rimasto escluso. Poniamo la nostra attenzione sul territorio della diocesi Pescara-Penne. In questa diocesi, confinante con quella aquilana, tra chiese parrocchiali e non, vi sono una sessantina di edifici religiosi, che risultano danneggiati dal sisma. Il dato è fornito dall’Ufficio Beni Culturali della diocesi. Che ne sarà di questi edifici? Se per pochissimi di essi vi è il fortunoso inserimento nel cosiddetto “cratere”, a quali fondi potranno accedere per i restauri post-sismici parrocchie collocate in comuni abitati da qualche centinaio di persone? Per alcune nostre parrocchie la vita amministrativa, fatta di manutenzioni ordinarie, era già un problema prima del terremoto; in che modo le stesse istituzioni religiose (Enti con personalità giuridica, ma senza fondi o capitali di sorta), potranno affrontare il discorso dei restauri, ma prima ancora quello della messa in sicurezza? A quali silenziosi e quotidiani sacrifici vanno incontro tanti nostri parroci per poter gestire oggi, in maniera minimamente decorosa, la vita liturgica della comunità parrocchiale loro affidata? È palese il rischio della disgregazione e dell’ulteriore spopolamento di alcuni centri dell’entroterra diocesano: la vita ecclesiale stessa corre il rischio di ridursi, alla meglio, in luoghi di fortuna, dove poter celebrare la Messa domenicale e fare quel poco di catechismo possibile. Devono ritenersi fortunati coloro che, avendo la chiesa parrocchiale inagibile, possono usufruire di un'altra, sussidiaria, che non ha subito danni rilevanti (ad esempio le parrocchie di Catignano o Pianella ). Ma che ne sarà di situazioni come quella di Brittoli, piccolo paese con poche centinaia di persone, dal centro storico dissestato, con l’unica chiesa inagibile?
E al patrimonio delle chiese sussidiarie, che accadrà? Se un parroco si ritrova risparmiata dal terremoto la chiesa parrocchiale, magari con il piccolo campanile puntellato, e, dato lo sviluppo urbanistico e demografico, sta per costruirne una nuova, quanto si potrà curare della sua chiesa sussidiaria, chiusa a causa del sisma? (è il caso di Cepagatti). C’è chi celebra col campanile imbragato: è il caso di Montesilvano Colle. Le Amministrazioni comunali non possono defilarsi dal problema, ritenendolo “un affare di Chiesa”, là dove gli edifici sacri si trovano nel cuore di un contesto urbano che ha i caratteri del centro storico, appunto come Montesilvano Colle. Qui si vedrà se veramente c’è consapevolezza dell’importanza del centro storico e, prima ancora, della storia ben più antica e importante di quella recente della Marina di Montesilvano.
L’appello va quindi a tutte le istituzioni, civili e religiose: che si metta in risalto la problematica del terremoto e del post-terremoto, con un adeguato monitoraggio, nonché con una divulgazione dei dati volta a sensibilizzare e a coinvolgere sempre più efficacemente il territorio e le sue strutture socio-politico-culturali.
In ambito pescarese purtroppo si constata il calare di una sorta di cortina del silenzio intorno alle conseguenze del terremoto: forse a causa del timore di affrontare problemi che paiono superare le forze culturali ed economiche. Il negazionismo però, ce lo insegna la storia recente, non risolve i problemi attraverso la loro rimozione psicologica: se non risolti, essi inevitabilmente riemergeranno, ma più devastanti, più gravi, più difficili di prima.